Sabbia bianca

lavoro del mare
nei secoli

Informazioni personali

martedì 29 novembre 2011

SACRA DI SAN MICHELE



La Sacra di San Michele è un complesso architettonico collocato sul monte Pirchiriano, all'imbocco della Val di Susa.
Secondo alcuni storici, già in epoca romana esisteva, nel luogo dove sorge ora l'abbazia, un presidio militare che controllava la strada verso le Gallie. Successivamente anche i Longobardi installarono un presidio che facesse da baluardo all’arrivo dei Franchi.
La costruzione di un convento pare risalga al Mille, nacque come luogo di culto di San Michele come l’omonimo francese ( Mont- Saint Michel), inizialmente fu un piccolo convento di Benedettini, che ospitava pochi pellegrini che osavano inerpicarsi fino alla sommità della rupe, poi fu affidato ai Padri Rosminiani che vi vivono a tuttoggi.
Svetta, su tutte le rovine, la Torre della bell'Alda, oggetto di una suggestiva leggenda: una fanciulla, la bell'Alda appunto, volendo sfuggire dalla cattura di alcuni soldati di ventura, si ritrovò sulla sommità della torre. Dopo aver pregato, disperata, preferì saltare nel burrone piuttosto che farsi prendere; le vennero in soccorso gli angeli e miracolosamente atterrò illesa. La leggenda vuole che, per dimostrare ai suoi compaesani quanto era successo, tentasse nuovamente il volo dalla torre, ma che per la vanità del gesto ne rimase uccisa.
E’ un luogo molto suggestivo,da cui si gode una vista veramente superba.
 
Una curiosità…
nel 1829 esce il libro : La Sacra di San Michele, disegnata e descritta dal Cavaliere Massimo d'Azeglio. L'opera, in due volumi, è composta da una prima parte che illustra il monumento sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista artistico e da una seconda parte formata da una serie di litografie istoriate.
Anche i Savoia furono molto interessati…nel 1826 il re Carlo Felice fece eseguire numerosi interventi nella chiesa e nel monastero per rendere accoglienti i locali, portò una comunità di monaci Certosini. Tuttavia essi rimasero solo tre anni poi lasciarono il monastero, perché ritennero che il luogo non si adattasse alla loro regola monastica.
Probabilmente l'obbiettivo Sabaudo era quello di creare un Sacrario per gli antenati della casa, come fu realizzato a Hautcombe nella Savoia,oggi territorio francese.
Continuarono però ad interessarsene : I restauri terminarono nel 1936 durate il regno di Vittorio Emanuele III e fu posata una lapide ricordo all'interno della chiesa, che oggi, insieme ai 16 sarcofagi  ci sottolinea il legame intercorso nei secoli tra l'antica Abbazia e la dinastia Sabauda.

lunedì 28 novembre 2011

Il monte Musinè



A 20 km da Torino, verso la Val di Susa, è posizionato il monte Musinè, che in dialetto piemontese significa “asinello”. Ha una forma a piramide, brullo e quasi senza vegetazione, è quasi solo frequentato da vipere.
Nonostante questo è piuttosto famoso, in quanto si è parlato molto a proposito e sproposito per via di ufo, presenze paranormali, addirittura di strani animali (licantropi), di sabba di streghe e fantasmi.
Sulla cima del monte, che è costituita da un grande piazzale erboso disseminato di rocce affioranti, è stata eretta nell'anno 1900 una colossale croce bianca in cemento armato alta ben 15 metri, la quale permette di distinguere facilmente il Musiné da tutte le altre montagne del gruppo.
Indagini archeologiche hanno segnalato il Musiné come area di presenze pre e protostoriche: vi sono tracce di una capanna di fine Età del BronzoAntico (circa 1700 a.C.) in zona vicino alle vecchie cave di magnesite che  dopo la metà dell'Ottocento si avviò ad un suo utilizzo industriale: dal 1875 fino agli anni della seconda guerra mondiale le cave alimentarono l'unica attività industriale allora esistente in zona.
Da sempre il Monte Musinè è al centro di miti locali di ogni tipo, ed è noto per questo agli amanti del mistero. Le leggende hanno vari riferimenti, sia la stregoneria sia la vita extraterrestre (dalla montagna di notte sono ben visibili varie costellazioni). Inoltre secondo alcune opinioni nei dintorni apparvero a Costantino la croce fiammeggiante e la scritta "In Hoc Signo Vinces", segni che convinsero l’imperatore a convertirsi al Cristianesimo. Infatti, i cosiddetti "Campi Taurinati", di cui parlano le cronache dell’epoca, sembrerebbero coincidere con questa zona.
Il Musiné è tra l’altro sede di un particolare obelisco che acquistò fama mondiale grazie ad un libro di Peter Kolosimo intitolato “Astronavi sulla preistoria”. Sulla sua superficie compaiono alcune croci, un cerchio in alto a sinistra con un punto al centro e due semicerchi tagliati nella parte inferiore. Kolosimo sostenne che si trattava della descrizione di un terrificante attacco spaziale. L'obelisco, in realtà, è un falso degli anni '70.




Appare strana la distribuzione della vegetazione, particolarmente ricca ai piedi del monte, ma che poi si dirada in modo quasi repentino col crescere dell’altitudine. La Forestale ha inutilmente cercato per rimboscare la zona, nella quale le giovani piante sembrano morire una dopo l’altra. La credenza popolare spiega il mistero con la processione continua di anime dannate che salgono e scendono il monte senza sosta. Secondo una credenza un po’ più moderna sarebbero le emanazioni radioattive di una base segreta a produrre tale sterilità, la cosa più probabile sarebbe la mancanza di acqua e la composizione del terreno.
Ai piedi del Musinè esiste anche un "cono d’ombra" cioè una zona di interferenza che oscura qualsiasi trasmissione radio. Anche gli aerei privati che si trovano a sorvolare il luogo vengono disturbati nelle loro trasmissioni radio. Questi problemi cessano nel momento in cui ci si allontana dalla montagna.
Il monte, essendo un antico vulcano spento da millenni, è ricco di gallerie e passaggi irregolari scavati dallo scorrere dell’antico magma, in gran parte però inesplorati. Questo fatto ha contribuito a creare il mito delle caverne abitate da strani esseri, i quali vi abiterebbero tuttora, fin dall’antichità.
In tempi più moderni le strane “luci verdastre” che si  dice che si vedono, hanno dato luogo ad avvistamenti di UFO o addirittura a basi segrete nel suo interno.
La leggenda legata a questa montagnapiù antica è quella della caverna del Mago. Le tradizioni valligiane narrano che in una grotta posta nel cuore del Musiné vivrebbe un mago che si era nascosto per compiere indisturbato i suoi esperimenti con gli strumenti rimasti della mitica città di Rama( città che avrebbe dovuto esere in questa zona e andata distrutta). A difesa del luogo ci sarebbe un enorme dragone tutto d’oro pronto a distruggere con il suo fiato infuocato ogni intruso che tentasse di avventurarsi all’interno delle grande caverna. In una piccola cripta esisterebbe uno smeraldo di immenso valore mistico, grande quanto il pugno di una mano d’adulto, da cui si diffonde una intensa e limpidissima luce verde .

domenica 27 novembre 2011

Week end a Montecarlo

Monaco come sempre è molto bella, la giornata era primaverile e stupenda, silenzio e tranquillità, gabbiani "poco infelici" che volavano anzi si facevano trasportare dal vento che era poco ,e piacevole, l'unica cosa che stona sempre sono i "grattacieli del mare", gli enormi yacth, fossero solo barca a vela.
Comunque per me è stato un week end sportivo nel bellissimo Omnisport Louis II

naturalmente scherma...



venerdì 25 novembre 2011

La vita in un giorno

http://www.youtube.com/lifeinaday?feature=inp-gh-lif


andatelo a vedere, ne vale la pena.

antichi mestieri FILMATO.wmv

mani delle donne, mani laboriose, mani creative, mani utili, mani amorevoli, mani industriose, mani screpolate e stanche.                                                                             


Ricordo che fino a qualche anno fa la domenica mattina si veniva svegliati ancora , qualche volta, dalla voce stentorea dell'arrotino, certo non con la bicicletta trasformata in officina, ma ormai su un"Ape" modificata con tanto di autoparlante.
Era tuttofare perchè aggiustava anche gli ombrelli, ora chi li farebbe mai aggiustare, ora si rompono? si gettano , magari nell'indifferenziata!
Lavori di una volta, per questo si chiamano antichi mestieri, perchè ormai non esistono più, ma chissà che con l'andare delle cose non vengano riscoperti.

mercoledì 23 novembre 2011

Antichi mestieri : le mondine


"Saluteremo il signor padrone
con la so' risera neta
pochi soldi in la cassetta
e i debit da pagar..."

 Questo era il canto delle mondine...

La novità consistette nel fatto che queste lavoratrici agricole si presentavano nel mercato del lavoro come soggetti autonomi, che percepivano un salario individuale e, poiché in alcuni casi dovevano anche allontanarsi da casa, nei loro confronti si dovettero allentare i controlli, anche se a questa parziale indipendenza corrispondeva una situazione di forte precarietà. La loro presenza risultava estremamente vantaggiosa per i datori di lavoro, poiché venivano pagate meno degli uomini: esse, infatti, avevano una giornata lavorativa che veniva pagata meno e durava un’ora in più.
Una attività bracciantile svolta pressoché in via esclusiva da donne (il 75% degli occupati), poiché non richiedeva forza fisica, aveva per oggetto la monda del riso. Lavoro in realtà estremamente duro - poiché svolto, per molte ore consecutive, con la schiena curva e le gambe immerse in acque melmose e malsane - e diffuso nelle campagne del Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, fino alla metà del Novecento.
 Per fare le mondine molte giovani donne partivano da casa per stabilirsi in un altro luogo. L’attività si svolgeva per 40 giorni all’anno, alla fine della primavera: nel mese di maggio le mondine stavano immerse nell’acqua fino al ginocchio, con le braccia e le mani bagnate, soffrendo il freddo; nei mesi di giugno e luglio dovevano sopportare un caldo eccessivo ed i miasmi, gli insetti e i vermi. Caldo e freddo, posizioni che creavano indolenzimento, gambe macerate dal bagno prolungato, febbri malariche, alimentazione deficitaria, abitazioni povere rendevano le risaiole precocemente vecchie e deperite.

 Aldo Bongorzoni - olio su tela 1948

martedì 22 novembre 2011

Petronilla, chi era costei?

Amalia Moretti Foggia Della Rovere, meglio nota con gli pseudonimi di dr Amaral e Petronilla, di cui oggi a Cusano Milanino, il comune del Nord Milano nel cui anonimo cimitero riposa insieme al medico locale Domenico Della Rovere che sposò nel 1902, è stata ricordata la storia.
 Nata a Mantova nel 1872 in una famiglia con generazioni di farmacisti alle spalle, è stata, infatti, una delle prime laureate in medicina in Italia, ma anche un'antesignana in ogni avventura in cui si è imbarcata nel corso della sua lunga esistenza. "Protofemminista" e "protonutrizionista" per necessità, ha saputo combinare le sue caleidoscopiche intuizioni aprendo la strada non solo alle donne ma anche alla medicina e alla culinaria nel giornalismo. Le sue rubriche sulla Domenica del Corriere della sera firmate con gli pseudonimi di dr Amal e di Petronilla e i suoi ricettari, paragonabili alla versione al femminile di quelli dell'Artusi, giusto per sfatare il mito che le donne stanno in cucina e gli chef nei ristoranti.


 È il 1895 quando, dopo una laurea in Scienze conseguita presso l'ateneo di Padova, la giovane Amalia arriva a Bologna e di lì, infine, nel capoluogo lombardo. Sono tempi difficili, in particolare per la donna, relegata nel chiuso delle pareti domestiche. Ma Amalia non demorde e con una «dote» di 500 lire in tasca, avvia la ricerca di lavoro sostenuta dalle «femministe» dell'epoca: Alessandrina Ravizza, Paolina Schiff, Linda Malnati e, soprattutto, Emilia Maino. È proprio grazie alla Maino se Amalia, nel frattempo laureatasi anche in medicina, ottiene un posto come medico fiscale presso la Società operaia femminile. Poco tempo dopo, nel 1902, la giovane dottoressa viene assunta presso l'ambulatorio della Poliambulanza di Porta Venezia, ove lavorerà per circa quarant'anni, sempre con una attenzione particolare ai poveri e alle famiglie operaie alle quali offre non solo servizi medici, spesso gratuiti, ma anche consigli.
Le  affidarono, nel '26, la rubrica della Domenica del Corriere "Il parere del medico" sotto lo pseudonimo di Dott. Amal. Inizia così un dialogo ininterrotto con un pubblico popolare che costituirà la prima e vera informazione sugli aspetti igienici, sulle norme comportamentali e sulla medicina moderna in un Paese ancora legato alle credenze popolari. Non a caso Amalia parla anche volentieri delle erbe medicinali, per entrare in sintonia con il suo pubblico popolare. 
 Attraverso le preziose righe della rubrica "Tra i fornelli", la dottoressa-cuoca comincia a dispensare i suoi consigli per una corretta e sana alimentazione. La stessa Amalia descriverà il suo compito: «... intorno all'eterno tema che - dopo quello dei mondiali eventi - tiene sottosopra, in questi tempi, ogni cuor... sul modo di sbarcare il lunario mangereccio, consumando poco grasso, poco riso, poca pasta, poca farina e poco zucchero, spendendo pochetto ma nutrendo bastevolmente». 

 Nella prefazione di "200 suggerimenti per ..... questi tempi", il suo ultimo ricettario, pubblicato in tempo di guerra, Amalia scrive "Ecco qua, alcuni suggerimenti proprio per voi.
Per voi, figlie, mogli, mamme che, da una sorte non certo benigna, foste destinate a vivere in questi tempi di guerra spaventosa che sconvolge l'intero mondo e quindi ... di continue mancanze di quanto ci sembrava assolutamente indispensabile; di preoccupazioni le più gravi sul bilancio familiare che di giorno in giorno diventa sempre più costoso; sulla sorte di chi ci è lontano e si vorrebbe tanto vicino; di trepidazioni sul destino che ci attende e (purtroppo!) anche di dolori, di dolori atroci e che spaccano il cuore". E seguivano 200 consigli per cucinare con "niente pasta, niente grassi, ... poche gocce d'olio ..... e così risparmiando". 


Una grande donna!

lunedì 21 novembre 2011

la leggenda del sole presso gli aborigeni australiani


Tra gli Aborigeni il Sole era visto come una donna che si svegliava ogni giorno nel suo accampamento a est, accendeva un fuoco, e preparava la torcia di corteccia che avrebbe portato attraverso il cielo. Prima di esporsi, lei amava decorarsi con ocra rossa, la quale, essendo una polvere molto fine, veniva dispersa anche sulle nuvole intorno, colorandole di rosso, (l'alba). Una volta raggiunto l'ovest, rinnovava il trucco, colorando ancora di giallo e rosso le nuvole nel cielo (il tramonto). Poi la Donna-Sole cominciava un lungo viaggio sotterraneo per raggiungere nuovamente il suo campo nell'est. Durante questo viaggio sotterraneo il calore della torcia induceva le piante a crescere.
La Luna, al contrario, era considerato un uomo. A causa dell'associazione del ciclo lunare con il ciclo mestruale femminile, la Luna fu collegata con la fertilità e fu considerata come un simbolo altamente magico. Una eclisse di Sole era interpretata come l'unione tra la Luna-Uomo e il Sole-Donna.


 Leggenda della luna e delle stelle
La leggenda narra di una terra misteriosa e meravigliosa formata da valli e colline alberate. Quella terra è popolata da lune, grandi e sferiche che si spostano sull'erba rotolando e di notte si innalzano e passeggiano nel cielo. Le lune però non si muovano in gruppo, ma sono solitarie e non sanno che vanno incontro ad un gigante che vive fuori dalla valle, che le afferra ed ogni notte, con il suo coltello, ne taglia una fetta finché non rimane più nulla tranne un numero grande di schegge, che il gigante getta nel cielo trasformandole in stelle. Questi frammenti di luna durante il giorno si nascondono, intimorite dal sole, mentre di notte escono fuori per giocare.






l Tempo del Sogno
Secondo la tradizione degli aborigeni Anangu, in principio il mondo era abitato dai loro antenati, gli Spiriti del Sogno i quali, emersi in superficie dalle viscere della terra, spostandosi da un luogo all'altro aprirono i Sentieri del Sogno plasmando nel contempo il paesaggio con monti e fiumi, laghi e deserti, e attribuendo un ruolo e un nome a ciascun animale. Compiuta la loro opera, questi personaggi fantastici ritornarono dentro le rocce, le grotte, le sorgenti; alcuni salirono al cielo. I sentieri degli antenati sono gli stessi che ancor oggi consentono a chi sa seguirli di sopravvivere, ma permettono anche di entrare in relazione con i creatori. Il Tempo del Sogno è infatti per gli aborigeni una dimensione temporale aperta, eterna e senza data, che inizia con la creazione ma include anche il presente e l'intero ambiente naturale. Per mezzo di apposite cerimonie rituali, danze e canti è possibile ricongiungersi a queste entità e condividere la loro stessa natura. Secondo la tradizione locale, tutte le rocce e ogni loro aspetto o forma di erosione sono animati e quindi sacri. Un tempo lontano, la feroce tribù del Serpente Velenoso attaccò le pacifiche genti del Pitone Diamantino, che vivevano a sud. Intervenne la Dea Madre Bulari, che avvolse gli invasori in una nube velenosa; alcuni corpi degli sconfitti furono rinchiusi nelle forme tondeggianti delle rocce. Le genti del Canguro-Lepre, che vivevano al nord, dovettero affrontare l'aggressione del Dingo del Diavolo, un cane famelico richiamato in vita da una tribù rivale, che gli mise in bocca un totem malefico. Gli uomini Canguro-Lepre riuscirono a salvarsi grazie alla loro abilità nel saltare, ma il pericolo cessò soltanto quando riuscirono a strappare il totem dalla bocca del Dingo.



domenica 20 novembre 2011

donne indiane

mi hanno sempre affascinato le donne indiane per il fascino  che hanno ad ogni livello di cultura, forse il trucco o l'eleganza innata nell'indossare il sari o le "pitture" diciamo tattoo con l'hennè, non so.

 sari "google"

poi c'è il trucco....veramente antico
Il verbo truccare (Alamkara), in realta', indica un’azione piu' complessa di quella che intendiamo noi: quella di completare. Infatti secondo la cultura indiana, niente e' concluso o completo o semplicemente bello se non provvisto dei giusti ornamenti.
 Il classico puntino rosso, chiamato tika che di solito si porta sulla fronte, e' uno di questi. Storicamente nasce con lo scopo di comunicare la condizione di non vedovanza, e viene quindi praticato sia alle donne sposate che alle nubili. Si effettua al centro della fronte, dove secondo antiche credenze sarebbe situato il terzo occhio. Il Sindoor, al contrario, e' un pigmento in polvere, rosso, che si applica al centro dei capelli e ha valore di appartenenza a un uomo e quindi e' utilizzato solo dalle donne sposate. Il Kajal (solfuro di antimonio), che qui da noi sta a indicare sia il cosmetico vero e proprio che il bastoncino o la matita che serve per applicarlo, ha la funzione di allontanare gli influssi negativi. Il ruolo propiziatorio di cui si ritiene sia investito fa si che esso venga applicato sia a donne che a uomini oltre che ai bambini molto piccoli.



Gli orecchini si chiamano Karn phool, e solitamente ricoprono l'intera superficie disponibile. Esibire grandi orecchini e' molto importante per una donna, primo perche' l’allungamento dei lobi, che ne deriva, rappresenta la sua saggezza e il livello di spirituualita' raggiunto, secondo perche' si crede che la perforazione dei lobi temperi il carattere. Non c'e' un numero di orecchini prescritto ma si predilige l'abbondanza. Anche i disegni applicati con l’Henne' hanno un significato particolare: essi sono considerati altamente propizi per una sposa e a volte includono, tra gli arabeschi, il nome del fidanzato; una volta soli lo sposo dovra' riuscire a trovarlo. I Braccialetti costituiscono uno degli ornamenti piu' antichi e amati della civilta' indiana. Anche questi sono simbolo di matrimonio anche se naturalmente essi sono indossati anche dalle ragazze nubili, ma senza la valenza che rappresenta per la donna sposata. Si portano da 8 a 12 bracciali per polso. Alla morte del marito, le donne indiane li spezzano e non li indosseranno mai piu'. I Bazubandh sono i bracciali da schiava, a fascia, portati al braccio a pressione o legati. A seconda della comunita' di appartenenza e del suo stato civile le donne possono indossarne uno solo o ricoprire l'intero braccio dalla spalla al gomito. Una curiosita' e' che l'ascella femminile rappresenta una zona molto erotica nella donna e di conseguenza e' sempre coperta.



coro a bocca chiusa  da"Madama Butterfly" by Giacomo Puccini

una tragedia di una geisha

sabato 19 novembre 2011

Maiko or geisha being dressed in kimono - shorter older version

Maiko or geisha putting on face make-up in Kyoto

Geisha - 2 parte


Lei si dipinge il viso  per nascondere il viso
I suoi occhi sono acqua profonda.
 Non è per una geisha desiderare.
Non è per una geisha provare sentimenti.
La geisha è un’artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene.
Tutto quello che volete.
Il resto è ombra.
Il resto è segreto…

Le geisha oggi

Una via dell'hanamachi di Gion, a Kyōto.
 
Ai giorni nostri, il rituale di formazione ed educazione della geisha non è molto diverso da quello di cento anni fa. Le discipline in cui ogni geisha si deve specializzare sono le medesime, e la serietà con cui vengono offerte è sancita dal kenban (検番 ?), una sorta di albo professionale che obbliga coloro che vi sono iscritte al rispetto di regole morali ed estetiche molto severe, dall'abbigliamento, al trucco, allo stile di vita.
Il loro salario, inoltre, è fissato da organi statali appositamente adibiti; a costoro la geisha deve far sapere a quali incontri ha partecipato e per quanto tempo, perché essa possa ricevere lo stipendio in base al numero di clienti ed al tempo, e perché l'ufficio possa mandare il conto al cliente. In questo modo le geisha non sono più legate economicamente all'okiya, che per legge non può più far contrarre dei debiti alle sue geisha. Il tempo che viene loro pagato è misurato in base a quanti bastoncini di incenso bruciano durante la loro presenza, ed è chiamato senkōdai (線香代? "compenso del bastoncino d'incenso") o gyokudai (玉代? "compenso del gioiello"). A Kyoto, invece, si preferiscono i termini ohana (お花? "compenso del fiore") e hanadai (花代? con lo stesso significato).
Ancora oggi, comunque, le geisha esistono, sebbene in minor numero. Le comunità che resistono sono principalmente quella di Tokyo e quella di Kyōto, la più importante. 
 Le geisha sono donne nubili, e possono decidere di sposarsi solo ritirandosi dalla professione. Se anche gli impegni di una geisha possono includere anche intrattenimenti di tipo amoroso, questo non è previsto nella sua professione. Una vera geisha non viene pagata per fare sesso, anche se può scegliere di avere relazioni con uomini incontrati durante il suo lavoro, sebbene mantenute al di fuori del contesto del suo lavoro come geisha.
 Una serie differente di regole e di rituali diversi da seguire, contraddistingue l'essere una geisha o una maiko e a prima vista si possono riconoscere le differenze fra le due donne anche dal diverso modo di apparire esteticamente. Innanzitutto la Maiko porta sempre il pesante make-up, mentre man mano che il tempo passa e si appropinqua a diventare una Geisha, questo si fa più leggero. Addirittura dopo tre anni che una donna è diventata Geisha, può decidere di alleggerire così tanto il trucco fin quasi a farlo scomparire dal volto. Il significato sta nel fatto che la geisha mostra la sua bellezza non tanto nell'aspetto esteriore, ma soprattutto in quello interiore, che si manifesta in una assoluta padronanza delle varie discipline artistiche.

Il make-up di una Maiko un tempo era eseguito con polveri particolari piuttosto tossiche che risultavano estremamente dannose per la pelle. Attualmente, però, questo inconveniente è stato superato dalla presenza sul mercato dei vari cosmetici del tutto sicuri. Si utilizza una cera oleosa che si scalda sfregandola tra le mani e si applica su viso, collo, petto e nuca. La pasta permette poi alla polvere bianca, applicata con una spugnetta, di aderire perfettamente alla pelle. Di solito nell'applicazione si lascia una linea neutra che contorna tutta l'attaccatura dei capelli, dando così l'effetto di indossare una maschera. Sul retro del collo si lasciano invece due linee a "V" neutre, ritenute sensuali. Nelle occasioni speciali (ad esempio quando una Maiko diviene Geisha) si disegnano invece tre linee.

Bisogna fare molta attenzione nell'eseguire il make-up, dato che il minimo errore non può essere corretto e implica di dover di nuovo cominciare da capo. Le sopracciglia sono tinte con una tonalità sul rosso, che si scurisce man mano che passa il tempo e ci si appresta a diventare una Geisha (fino a volte a scomparire del tutto). Allo stesso modo, cambia anche il trucco della bocca: le Maiko dipingono solo la parte centrale inferiore delle labbra (dato che in Giappone, in passato, le labbra molto piccole erano ritenute sensuali e seducenti). Dopo il primo anno, possono colorare anche una piccola parte del labbro superiore, ma mai riempiendolo del tutto. Questa possibilità è permessa solo alle Geishe. 




L'abbigliamento

Nelle occasioni importanti un susohiki, detto anche hikizuri (suso è il la parte inferiore del kimono, hiki significa trascinare) è il kimono più elegante di una geisha o di una maiko . Lo indossano soprattutto per danzare e cantare.
E' un kimono più lungo degli altri e con l'orlo leggermente imbottito in modo da ricadere a terra elegantemente . Il susohiki non viene ripiegato in vita in modo da sollevare l'orlo da terra, ma questo viene lasciato come elegante strascico.

Nelle feste eleganti , i tatami stesi a terra proteggono dall'usura lo strascico mentre all'esterno le geishe camminano sostenendolo ripiegando e sollevando l'orlo
con la mano sinistra in un gesto chiamato hashori, facendo vedere il nagajuban che ovviamente è in colore e motivo coordinato al kimono, e la fodera del kimono stesso, anch'essa decorata.

Una geisha indossa il kimono tutti i giorni , e' parte della loro arte e della loro professione
Le geishe preferiscono motivi un po' inusuali, diversi dalle solite peonie e fiori di pruno che abbondano sui kimono delle "altre". La differenza, però, è soprattutto nel modo di indossarli: la geisha tirerà indietro il colletto del kimono fino a scoprire tutta la nuca, considerata un punto focale dell'erotismo giapponese, ed indosserà l'obi più basso in vita e con un fiocco leggermente inclinato, rispetto ad esempio ad una donna sposata, mentre il colletto bianco del suo nagajuban sporgerà da sotto il kimono un poco di più e magari in modo asimmetrico. Piccoli dettagli, ma ben chiari per chi conosce il codice del kimono. 

Geisha


"Geisha", pronunciato /ˈɡeːʃa/,[1] è un termine giapponese (come tutti i nomi di questa lingua, non presenta distinzioni tra la forma singolare e quella plurale) composto da due kanji, (gei) che significano "arte" e (sha) che vuol dire "persona"; la traduzione letterale, quindi, del termine geisha in italiano potrebbe essere "artista", o "persona d'arte".
 L'apprendista geisha è chiamata maiko (舞妓?); la parola è composta anche in questo caso da due kanji, (mai), che significano "danzante", e o (ko), col significato di "fanciulla". È la maiko che, con le sue complicate pettinature, il trucco elaborato e gli sgargianti kimono, è diventata, più che la geisha vera e propria, lo stereotipo che in occidente si ha di queste donne. Nel distretto di Kyoto il significato della parola "maiko" viene spesso allargata ad indicare le geisha in generale.

Per cominciare  a parlare di una figura simile all'odierna "donna d'arte", dobbiamo aspettare fino al 1600, quando alle feste importanti, dove erano chiamate le juuyo, presero a partecipare le prime geisha, che in principio erano uomini. Anche se può sembrare strano, queste figure maschili avevano il compito di intrattenere con danze, balli e battute di spirito gli ospiti , qualcosa di simile ai nostri giullari e buffoni medioevali. Col passare degli anni, circa attorno alla metà del secolo successivo, cominciarono a comparire le prime donne geisha, che presero rapidamente piede, contrapponendo alle rudi figure degli uomini la grazia della figura e dei movimenti femminili. 
Fu solo nel XIX secolo, quando ormai le geisha avevano completamente soppiantato le juuyo, che si cominciarono ad emanare leggi più precise in tale proposito; in tutte le principali città del Giappone (Kyōto e Tokyo in particolare) furono approntati dei quartieri, detti hanamachi (花街? "città dei fiori"), perché in essi vi potessero sorgere le case da té (ochaya) e gli okiya (le case delle geisha), ben distinti dai bordelli, dove le geisha avrebbero potuto svolgere la loro professione, distinguendola definitivamente da quella delle prostitute. I primi hanamachi furono quelli di Kyoto, capitale imperiale, che avevano nome Yoshiwara e Shimabara.
 Le geisha rappresentavano gli unici esempi nella civiltà giapponese di donne emancipate e "libere", tutto il contrario di come erano state dipinte.

Le geisha ieri

Tradizionalmente le geisha cominciavano il loro apprendimento in tenerissima età. Anche se alcune bambine venivano e vengono ancora vendute da piccole alle case di geisha ("okiya"), questa non è mai stata una pratica comune in quasi nessun distretto del Giappone. Spesso, infatti, intraprendevano questa professione in maggior numero le figlie delle geisha, o comunque ragazze che lo sceglievano liberamente.
Due maiko che danzano con il ventaglio. Kamogawa, Tokyo.
Gli okiya erano rigidamente strutturati; le fanciulle dovevano attraversare varie fasi, prima di diventare maiko e poi geisha vere e proprie, tutto questo sotto la supervisione della "oka-san", la proprietaria della casa di geisha.
 Durante il periodo di apprendistato, la shikomi poteva cominciare, se la oka-san lo riteneva opportuno, a frequentare le classi della scuola per geisha dell'hanamachi. Qui l'apprendista cominciava ad imparare le abilità di cui, diventata geisha, sarebbe dovuta essere maestra: suonare lo shamisen, lo shakuhachi (un flauto di bambù), o le percussioni, cantare le canzoni tipiche, eseguire la danza tradizionale, l'adeguata maniera di servire il tè e le bevande alcoliche, come il sake, come creare composizioni floreali e la calligrafia, oltre che imparare nozioni di poesia e di letteratura ed intrattenere i clienti nei ryotei.
Una volta che la ragazza era diventata abbastanza competente nelle arti delle geisha, e aveva superato un esame finale di danza, poteva essere promossa al secondo grado dell'apprendistato: "minarai". Le minarai erano sollevate dai loro incarichi domestici, poiché questo stadio di apprendimento era fondato sull'esperienza diretta. Costoro per la prima volta, aiutate dalle sorelle più anziane, imparavano le complesse tradizioni che comprendono la scelta e il metodo di indossare il kimono, e l'intrattenimento dei clienti.
Dopo un breve periodo di tempo, cominciava per l'apprendista il terzo (e più famoso) periodo di apprendimento, chiamato "maiko". Una maiko è un'apprendista geisha, che impara dalla sua onee-san seguendola in tutti i suoi impegni. Il rapporto tra onee-san e imoto-san (che vuol dire "sorella minore") era estremamente stretto: l'insegnamento della onee-san, infatti, era molto importante per il futuro lavoro dell'apprendista, poiché la maiko doveva apprendere abilità rilevanti, come l'arte della conversazione.

mercoledì 16 novembre 2011

Fabrizio de André - Il Ritorno di Giuseppe

questa poesia e una mia  piena di ricordi...di scuola.


VENT'ANNI DOPO
Si apre una finestra
nella nebbia del passato
e per un attimo
chiudiamo la porta
per non farla fuggire.
  I giorni dopo i giorni
  sono passati,
  tanti come i pensieri
  che scorrono nella mente.
Ricordi...
Un viso noto
o forse è l'illusione
di una giovinezza passata.
Ricordi...
  Il suono di risate argentine,
  di bisbigli,
  la poesia studiata a memoria,
  l'equazione che non viene,
  domani c'è compito in classe, 
  cos'è la filosofia?
  e la psicologia?
Non è più ieri,
la vita sta scorrendo per tutti,
i voltisono cambiati,
le speranze di allora, 
forse non si sono realizzate, 
il futuro
è diventato il presente.
  Ci guardiamo,
forse un po' deluse,
avevamo sperato
qualcosa che c'era e
ora non c'è più.
  Parliamo, raccontiamo,
  forse anche qualche bugia
  quando la realtà
  non è bella come vorremmo.
Sono passati vent'anni,
siamo donne,
realizzate o meno, 
ma forse
un po' di quella bella età
ci è rimasto dentro, 
un raggio di sole o
un rimpianto?
                                                                                                 by Adriana 1990

 la mia scuola superiore
Noi lo portavamo anche alle superiori!